Recensione Sapore di Mare – Il musical – Milano Teatro degli Arcimboldi – Stagione 2024/2025
Recensione “Sapore di Mare – Il musical” al Teatro degli Arcimboldi di Milano

La recensione di Teatro a Milano
a cura di Valeria Laudi
Sapore (e dissapore) di mare
Recensione del musical Sapore di Mare in scena al Teatro degli Arcimboldi di Milano
Sapore di mare in versione musical è stato tanto atteso, perlomeno da me, che sono fan numero uno dell’omonimo film, degli anni ’60/’80 e del Forte. Li amo a tal punto che qualche anno fa ho scritto “Erano bei tempi” e “Domani è un altro giorno”, due romanzi autobiografici che narrano le mie estati spensierate sullo sfondo della Versilia.
Frequento questa parte della Toscana dal 1983, proprio l’anno di uscita di Sapore di Mare, che ho visto al Supercinema in centro a Forte dei Marmi, lo stesso locale all’aperto del lungometraggio.
A furia di ballarci sopra, il parquet della Capannina l’ho praticamente consumato. Dalle sue grandi finestre, affacciate sul bagno Dalmazia, ho sognato più volte al chiaro di luna, guardando verso il mare.
Della sabbia dorata della spiaggia ne conosco i granelli uno per uno.
Ho preso il sole sui lettini, fatto il bagno nel mare blu, sono uscita in patino, guardando da lontano le tipiche e variopinte cabine in legno, i pini marittimi, e più in fondo la magnificenza delle Alpi Apuane contornate da nuvolette di panna montata.
Ho camminato ogni mattina fino al pontile, che “se non lo tocchi quando sei arrivato, è come neanche esserci stato”.
Ho pedalato con la bici fra le stradine sterrate della Versiliana e all’ombra degli altissimi pini a ombrello delle ville esclusive di Roma Imperiale.
Al mercoledì l’appuntamento fisso era al mercato più chic d’Italia nella piazza dei cavallini.
Mi sono strafogata di focaccine, pizze e pane arabo da Valé, Orlando e Mokambo.
Ma soprattutto mi sono innamorata, ho amato, riamata, proprio come i ragazzi del film.
Insomma, ho fatto tutto ciò che chi va in vacanza a Forte dei Marmi, fa ancora ai giorni nostri, esattamente come si faceva sessanta anni fa, provando tutti i piaceri e le emozioni comuni ai giovani di ieri e di oggi, presenti nei miei libri e nel film.
Ma come è andata la trasposizione dal film al musical? Procediamo per punti.
Musica
Bella. Tanta, anzi tantissima. Sebbene siano stati eliminati alcuni brani e inseriti altri, è comunque un ricco jukebox con la colonna sonora di un’epoca, composta da una trentina di indimenticabili canzoni orecchiabili, sempre divertenti da ascoltare e da cantare a squarciagola anche dalla platea. Tra le altre, Stessa spiaggia, stesso mare, Luglio, Abbronzatissima, Sapore di mare, Una rotonda sul mare, Perdono, Non son degno di te.
Tutto il meglio della produzione nazionale di quegli anni mitici, eseguito quasi sempre dal vivo e alla grande da una band di quattro elementi. Apprezzatissima la presenza della musica live. Non sempre c’è nei musical, ed è invece un notevole valore aggiunto, in questo caso supportata dalla pregevole acustica del teatro con un suono avvolgente, potente e nitido.
La scaletta, cantata bene nei cori, delude un po’ in alcuni assoli, poiché, seppur intonata, la voce di qualche attore non convince fino in fondo. Emergono però le interpretazioni di Edoardo Piacente, Carlotta Sibilla, Giulia Carra, rispettivamente nelle ugole di Felicino, Giorgia e Adriana.
Però… perché cambiare il testo di Siamo i watussi, dove gli altissimi negri sono divenuti gli altissimi neri? Che senso ha? Forse in nome del politically correct? E allora, perché poi viene invece fatto passare il messaggio che un uomo possa prendere a sberle una donna?
Costumi di scena, trucco e parrucco
Studiati nel minimo dettaglio trucco e parrucco. Diego della Palma è sempre una garanzia, e con il suo team ha fatto un lavoro superlativo.
Seppur non copiati esattamente dal film, come spesso accade invece in altri show, i costumi sono comunque tanti e molto belli. Un piccolo appunto soltanto per un paio di mise poco probabili: Felicino, che va in motoscafo in camicia e gilet in piena estate, e gli interpreti maschili che negli anni ’80 sono in Capannina con il completo grigio. Non si possono proprio vedere. Vi assicuro che nessuno ci andava abbigliato così, e forse i buttafuori, se si fosse presentato qualcuno conciato in quel modo, lo avrebbero gentilmente invitato ad andare a casa a cambiarsi. Drop d’ordinanza per l’uomo? Pantalone elegante, camicia meglio se bianca con colletto aperto e polsini arrotolati, cachemirino sulle spalle. Senza cravatta, of course.
Scenografie
Piuttosto minimal, ripetitive e un tantino al risparmio, ma non brutte, anche se si poteva oggettivamente fare di meglio. Rispetto al film sono inoltre troppo pochi gli ambienti e i luoghi, con una riproduzione in scala abbastanza realistica della mitica Capannina con tanto di balconate, una così così della spiaggia, e una un po’ meno fedele sul telone, del pontile di Forte dei Marmi. A proposito, è appunto un pontile, e non un molo, come si ostina invece a dire Ruffini.
Non male l’effetto mare aperto sotto il sole, dove gli interpreti sembrano effettivamente nuotare tra le onde.

Coreografie
Al netto delle scatenate danze dell’epoca in Capanna (twist, rock n’ roll, hully gully, surf, shake), le coreografie dei balletti sono essenziali e piuttosto statiche, ma comunque piacevoli.
Purtroppo gli interpreti talvolta non vanno insieme e, sebbene abbia dell’incredibile, pur nella loro assoluta semplicità, non sanno ballare i lenti.
Sceneggiatura
Nella sceneggiatura sono state tagliate svariate sequenze della pellicola. Probabilmente i tagli sono stati pensati per esigenze di adattamento teatrale, e ci sta.
Alcune scene erano in realtà perfettamente replicabili sul palco, ed è quindi poco chiara la ragione per cui siano state tolte, visto che oltretutto erano particolarmente gradevoli. Altre sono state invece modificate senza un senso, poiché alla fine hanno perso parecchio rispetto al film.
Altre ancora sono scadute nel cattivo gusto, come la prima volta di Marina, sottolineata dal simbolismo dell’abito bianco che indossava, consegnato da Luca alla madre di lei, che tra l’altro lo sbandiera tutta soddisfatta.
Personaggi
Va detto che il film aveva un cast notevole, la quota femminile era di una bellezza esagerata, e ogni soggetto era fortemente caratterizzato dall’attore che lo interpretava. Sarebbe stato perciò difficile pure per i migliori performer reggerne il confronto.
Forse per questa ragione si è scelto di cambiare praticamente tutti i caratteri e le personalità dei protagonisti? In sostanza non ce n’è uno uguale agli originali, talvolta sono solo abbozzati, altre ancora vengono scimmiottati e ridicolizzati in una caricatura poco credibile.
Non è rimasto nulla dell’eleganza e della classe di Adriana, che è diventata una specie di coguara milfettona ancora piacente e in cerca di avventure, ma neppure della irresistibile simpatia tutta milanese del marito.
Quasi irriconoscibili i marchesini Pucci, che da nobili fiorentini un po’ impostati, ma dalla pungente ironia, si sono trasformati in due checche isteriche con addirittura un impensabile outfit da drag queen nel finale.
Si sono smarriti per strada la sensualità e il fascino magnetico di Selvaggia, la determinazione di Marina e il piglio provocatorio di Giorgia. La frizzante e disinibita inglesina Susan fa quasi sempre la figura dell’oca blond inside. Felicino, e soprattutto Luca, sono soltanto la copia sbiadita dei loro alter ego, campioni mondiali di strafottenza e paraculismo.
Non convince troppo neppure il profilo intellettuale un po’ impacciato di Gianni, (che tra l’altro entra in scena con un libro in mano, dichiarando che sono poesie di Salinger, sbagliando pure a pronunciarne il nome, senza contare che si tratta di un romanziere e non di un poeta. Errore commesso tutte e tre le volte che abbiamo visto lo spettacolo).
Persino Maurizio, il simpatico buzzicone con accento romanesco, si è trasformato in un macho palestrato, tutto muscoli e poco cervello, che parla come Aldo Baglio.
In fondo l’unico simile a se stesso è Paolo, fratello di Marina, iellato e sfigato uguale, perché anche il bagnino è differente per età, fisicità e carattere, e oltretutto si esprime con evidente accento fiorentino, anziché nel divertente idioma locale alla Panariello (“oh Bige che dige”, la ghiave della gabina…). A tal proposito trovo assurdo anche voler far parlare a tutti costi con accento milanese gente che non ne è minimamente capace.
Soprattutto mi chiedo perché sia stato introdotto un personaggio a mio parere totalmente fuori luogo, come la vecchietta, che ripetutamente nel corso dello spettacolo mima atti sessuali in maniera assolutamente volgare con movimento pelvico accentuato, parlando nel frattempo anche a sproposito. Fa ridere? A me sinceramente proprio no. Visto che è anche la tastierista, ed è pure bravina, sarebbe meglio si limitasse a picchiare sui tasti della pianola e cantare.
Per non parlare dell’inutilità totale del fotografo Cecco, personaggio secondario nel film, che qui assume invece un ruolo da protagonista. Impersonato da Paolo Ruffini, che in realtà interpreta se stesso, senza che se ne avverta il bisogno, allunga oltremodo il brodo di uno spettacolo già lungo di suo, oltretutto spezzandone il ritmo. Si presenta a più riprese, effetto rucola negli anni ’80 (troppa e ovunque), parlandosi addosso con riassunti e monologhi ridondanti, talvolta senza senso e spesso volgarotti.

Copione
Chi lo script del film lo conosce a memoria, si accorge subito che quasi tutti i testi sono stati riscritti, cambiando o eliminando almeno metà delle battute, soprattutto quelle più carine e divertenti. E ovviamente si domanda il perché.
In compenso di battute ne sono state inserite di nuove, sostituendo le vecchie, quando va bene con gag da scuola elementare d’antan, del genere: “sta su de doss, la ditta appoggi è fallita”, per poi passare senza indugio a insulsi equivoci e malintesi su cesso, ano e simili, etc., ma soprattutto abbondando con volgari doppisensi.
Alcuni esempi: “Allora me lo dai o no?” (Il tu)
“Te l’ha data?” (La confidenza)
“La vuoi vedere? Vuoi vederla” (La poesia)
“Non ha capito come si usa il mazzo. Pensa che a 40 anni non sa ancora tenerlo in mano” (con tanto di inequivocabile mimica, in caso non fosse sufficientemente chiaro il concetto)
“Mica posso farmi un solitario”
… E via dicendo.
Una fiera di banali scurrilità non necessarie, che risulta in assoluto l’aspetto peggiore di tutto il musical, quello che tende ad azzerare l’effetto positivo delle cose buone esistenti, soprattutto quando lo si vede per la prima volta.
Dialoghi pecorecci, che sommati ai gesti espliciti e alle pose provocanti da “Pierino nella classe dei ripetenti”, fanno tanto comicità da commedia sexy all’italiana di bassa lega. Gli ingredienti ci sono tutti, inservibili schiaffoni compresi. Mancherebbero soltanto le torte in faccia, che un tempo erano risate garantite.
Infine… Almeno l’italiano “sallo”. Non si può sentire che uno degli attori, per affermare che una ragazza (Susan) piace a un ragazzo (Paolo), dichiari: “Lo so che le piace”. Anche in questo caso sbagliato tre su tre. Listen and repeat: A Paolo piace Susan. Gli piace.
Riassumendo
Nonostante le aspettative e le potenzialità, l’impressione generale è che sia stata una grande occasione sprecata.
Dal punto di vista narrativo è purtroppo andata in scena una sorta di parodia in chiave umoristica, e neppure tanto riuscita, di un cult movie che aveva raccolto a suo tempo un enorme successo al botteghino, conquistando tutti, poiché specchio fedele di un’epoca e di una generazione, con mode e modi riprodotti alla perfezione.
Rimane ben poco della storia originale, ovvero un racconto di villeggiatura, amori estivi e amicizie, sullo sfondo del litorale toscano nell’estate del 1964, che a sua volta era in realtà un pretesto per far rivivere la spensieratezza dell’estate e della gioventù, insieme alla semplicità dei favolosi anni ’60, un preciso periodo storico caratterizzato da un ritrovato benessere, quando tutto era più genuino e meno frenetico. Quando bastava veramente poco per divertirsi. Erano bei tempi, perché, come gli ’80, sono stati oggettivamente un buon decennio, ancor di più se si era nel fiore della giovinezza.
Ecco, delude un po’ il fatto che nelle tre ore abbondanti di spettacolo, si faccia fatica a percepire la freschezza, i sentimenti, il bon ton e la buona educazione di quegli anni felici.
Tra l’altro anche di Forte dei Marmi c’è poco o niente, a parte un surrogato del bagno Marechiaro e la Capannina, e questo sarebbe il meno, ma in special modo sembra proprio che l’intera opera abbia ben poca corrispondenza con il film, di cui, come dicevamo, senza una ragione è stato cambiato o sforbiciato di tutto qua e là, storia, sequenze, scene, ambientazioni, luoghi, etc., e quello che è rimasto, è stato pure rimaneggiato, a partire da carattere dei personaggi, dialoghi e battute.
Il meglio del musical?
Di sicuro trucco, parrucco, costumi di scena, ma soprattutto la musica, che per me ne rimane l’interprete principale. Scelta vincente si è rivelata infatti moltiplicare e sviluppare ulteriormente le sequenze ambientate in Capannina con la band che suona dal vivo, dove si è riusciti a rendere molto bene l’atmosfera che si respirava in quello storico locale sulla spiaggia.
Bravissimi anche gli affiatati ragazzi del cast a trasmettere spensieratezza, divertimento e allegria nelle scene corali.
Il peggio? In assoluto le reiterate e gratuite volgarità, gesti o battute che siano, in subordine riassunti superflui, logorroici soliloqui e inutili personaggi.
Sarà pur vero che il sense of humour è soggettivo, ma il buon gusto no.
In conclusione, se l’intento era, con scene e battute volgari, quello di far dimenticare la pellicola, sono riusciti a fare l’esatto contrario. Uscendo dal teatro vien proprio voglia di rivedere il film, per cercare di dimenticare ciò che è appena andato in scena.
E per quanto ci si sforzi, non si riesce proprio a provare né nostalgia, né leggerezza, benché il present-attore le evochi di continuo. Anche perché, non confondiamoci, leggerezza non fa rima con stupide risate vuote, superficialità e volgarità, bensì, come sosteneva Calvino nelle sue Lezioni americane: “Leggerezza è planare sulle cose dall’alto”.
More info:
Sapore di Mare – Il musical
Dove: al Teatro degli Arcimboldi
di Milano
Quando: dal 27 marzo al 13 aprile 2025
Adattamento: Enrico Vanzina, Fausto Brizzi e Maurizio Colombi
Regia: Maurizio Colombi.

