La Gatta sul tetto che scotta al Manzoni

Vittoria Puccini, la gatta sul tetto sul tetto che scotta, seduce e graffia nel capolavoro di Tennessee Williams

La gatta sul tetto che scotta al Teatro Manzoni di Milano

La gatta sul tetto che scotta al Teatro Manzoni di Milano

Era tanto tempo che La Gatta sul tetto che scotta, il dramma più conosciuto di Tennessee Williams non veniva rappresentato a teatro e oggi, finalmente, è possibile ammirarlo, al Teatro Manzoni di Milano, nella nuova produzione con la regia di Arturo Cirillo. La Gatta sul tetto che scotta è un vero classico della drammaturgia statunitense, scritto nel 1954, pièce teatrale che valse a Williams il secondo Pulitzer e ben 6 nomination all’Oscar nella trasposizione cinematografica con Elizabeth Taylor e Paul Newman.



La trama dell’opera si basa sulle vicende di una tipica famiglia borghese dell’America degli anni ’50, tutta riunita nel giorno del compleanno dell’anziano patriarca, malato di tumore. Intorno a lui un caleidoscopio di persone tutte accomunate da una comune e tragica ipocrisia.
I due figli Brick e Gooper, con le rispettive mogli Maggie e Mae, tramano, mentono, lottano per accaparrarsi la cospicua eredità paterna, senza risparmiare i colpi più bassi per riuscire a emergere nella lotta al patrimonio.
Brick un ex sportivo alcolizzato, distrutto dal suicidio dell’amico Skipper, per il quale nutriva un affetto che andava al di là della semplice amicizia, non riesce e non vuole dare un erede alla famiglia, negandosi alla moglie Maggie.
Maggie, una bella moglie insoddisfatta, una volta povera e ora benestante, grazie al matrimonio con Brick, vede nella mancanza di figli più una minaccia alla sua agiatezza che una vera e propria delusione del suo ruolo di madre.
Gooper e la moglie Mae, prolifica coppia con ben cinque rampolli, cercano in tutti i modi di estromettere Brick dal testamento, basandosi sulla duplice condizione del fratello di alcolizzato e padre senza figli.
In mezzo a questa baraonda di falsità e violenza familiare svetta la figura di Big Daddy, padre misogino, ma ancora forse l’unico con la testa sulle spalle.

Come da copione, lo spettacolo in scena al Manzoni si svolge in un’unica stanza, la camera da letto di Brick e Maggie, arredata con sobria eleganza e tinte che richiamano i quadri di Hopper.
Vittoria Puccini è una splendida Maggie e, come una vera gatta, ammalia, seduce e graffia, regalando agli spettatori milanesi una convincente prova del suo talento.
Un’ottima prova anche per Paolo Musio, nel ruolo del pater familias e, nell’insieme, di tutto il cast, che ha saputo trasmettere le angosce e i diversi sentimenti dei rispettivi personaggi.
Risulta forse un po’ sotto tono Vinicio Marchioni nella parte di Brick, ma a sua discolpa dobbiamo dire che si è trovato nel difficile compito di superare il paragone con un mostro sacro come Paul Newman.
Anche se la chiave di lettura può essere molteplice, con un copione che tocca i temi della morte, del sesso, dell’omosessualità e degli schemi sociali, vera protagonista di tutto lo spettacolo è l’ipocrisia, onnipresente, a volte semplicemente accennata, a volte palese e palpabile.
Tutti i personaggi del dramma mentono, non solo ai loro familiari, ma anche a se stessi. Tutti si nascondono dietro continue bugie e, fingendo di vivere in una normale serena famiglia americana, rifiutano di credere alla nuda e cruda verità. E la verità infatti è una sola. Tutti tramano e lottano solo per il patrimonio di Big Daddy e lo fanno con tuttee le armi a loro disposizione, screditando in ogni modo possibile, reale o falso che sia, gli altri pretendenti all’eredità.
Contrariamente a quanto accade spesso nelle pièce teatrali, alla fine dello spettacolo non si giunge ad alcun risultato. Tutto rimane esattamente come all’inizio e nessuno dei temi proposti troverà una soluzione. Maggie continuerà a vivere un matrimonio senza figli, Brick non svelerà la sua presunta omosessualità e Big Daddy non farà nessun testamento. La vita scorrerà ancora lenta, nella menzogna e nell’ipocrisia.

La Gatta sul tetto che scotta è uno spettacolo molto coinvolgente che mantiene il pubblico con gli occhi puntati sul palco per quasi due intere ore, anche se la scelta dell’atto unico risulta un po’ troppo impegnativa e verso la fine della rappresentazione molti spettatori sono visibilmente stanchi.

Alziamo le palette, si vota!
Cast: tutti bravi, un plauso alla Puccini e Musio, 8.
Scenografia: bella e realistica, 8.
Costumi: molto belli, in perfetto stile ’50, 8.
Copione: un capolavoro di Tennessee Williams, 8.
Dove: al Teatro Manzoni di Milano.
Quando: fino al 28 febbraio 2016.
Perchè: perchè l’ipocrisia è sempre in agguato.
Con chi: con chi pensa che la vita familiare non sia sempre rose e fiori.